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I PRIMI FIORI DI FINE INVERNO-INIZIO PRIMAVERA, SCOPRIAMOLI INSIEME!

Alcuni tra i primi fiori che sbocciano a cavallo fra inverno e primavera.  Collage fatto da me, con immagini da repertorio Google Images.
Alcuni tra i primi fiori che sbocciano a cavallo fra inverno e primavera.
Collage fatto da me, con immagini da repertorio Google Images.

Ed eccoli qua, alcuni tra i primi fiori che nel tepore dei primi raggi di sole delle giornate tardo-invernali cominciano a sbocciare.
Alcuni di loro hanno notevoli proprietà terapeutiche, altri invece sono velenosi.
Scopriamo le loro caratteristiche:
Tra i fiori potenzialmente velenosi troviamo sicuramente il Bucaneve (Galanthus Nivalis) e la Campanella (Leucojum Vernum), i cui bulbi e le cui foglie contengono alcaloidi tossici.
Sempre tra i potenzialmente velenosi rientra l’Elleboro, della famiglia delle Ranuncolacee. Contiene Elleborina, un alcaloide tossico che viene facilmente assorbito anche attraverso la pelle.
Nonostante venisse impiegata nella medicina famigliare, l’Hepatica è poi risultata tossica per la presenza di alcuni composti come le saponine e la protoanemonina.

Passiamo ora alle piantine che possiedono interessanti proprietà curative.
Come non cominciare dalla Primula, fiorellino conosciuto in tutta Italia. Primula deriva dal latino “primis”, ad indicare che è il primo fiore a vedere la luce del sole invernale. È una pianticella talmente diffusa che viene poco considerata, a torto. Infatti possiede numerose proprietà:
– le radici, per cominciare, contengono molte sostanze benefiche utili per affrontare i disturbi dell’apparato respiratorio e dei bronchi. Più precisamente parliamo di proprietà sfiammanti ed espettoranti (espettorante=favorisce l’espulsione del muco dai bronchi). In caso di necessità si preprarerà un decotto con queste parti, da bere 3 volte al giorno.
– Le foglie e i fiori possiedono proprietà sedative, analgesiche, antinfiammatorie, che l’hanno resa nota con il nome popolare di “aspirina naturale”: è ottima per i mal di testa da nervosismo e per le nevralgie. In caso di necessità, si preparerà un infuso con queste parti.

Proseguiamo con un altro fiorellino che, in quanto a popolarità, supera anche la Primula: la Margheritina dei prati (Bellis Perennis), anch’essa trascurata.
Pochi sanno che è commestibile: le foglie fresche e possibilmente delle piantine più giovani, si mangiano crude o cotte. Generalmente si mischiano alle insalate perché hanno un sapore acre. Sono ricchissime di sali minerali e fibre.
Le sue virtù agiscono soprattutto nei seguenti apparati:
– pelle: utile per gli arrossamenti e le infiammazioni, si usa preparando il decotto e facendo delle compresse e dei tamponi con cotone o garza
– gola e bocca: è sfiammante e tonificante, va usata sotto forma di decotto, facendo sciacqui e gargarismi. Utile per le gengive infiammate
– sangue ed apparato emuntore: la tradizione erboristica insegna che la Margheritina ripulisce e rinfresca il sangue, favorisce la diuresi e l’eliminazione delle tossine.
A conferma della sua grande importanza, anche l’omeopatia l’ha impiegata per crearne il medicinale omeopatico.
La Margheritina infatti possiede anche un interessante aspetto energetico e simbolico. È una piantina resistente, che resiste ai freddi inverni e ai calori estivi, e ogni volta che viene pestata torna a drizzarsi.
Il suo rimedio omeopatico quindi sarà utile in tutti quei disturbi che necessitano una ripresa vigorosa.
Si useranno le basse diluizioni (da 5 a 9 ch) per i sintomi localizzati e fisici: traumi dei tessuti profondi, traumi con rottura dei vasi sanguigni e travaso di liquidi (ecchimosi), traumi degli organi pelvici e del seno, dolori lombari di chi viaggia o sta sempre in posizione seduta e fa fatica a drizzarsi. I sintomi migliorano con il riposo e peggiorano con il freddo o stando a letto al caldo. Le alte diluizioni (da 200 a 10000 ch) per i disagi energetici ed emotivi: è un ottimo rimedio per chi si sente calpestato dalla vita e non riesce, a differenza della Pratolina, a rialzarsi e andare avanti.

Concludo con una pianta e un fiore anch’essi molto diffusi ma le cui proprietà sono molto note e conosciute da tutti, il Tarassaco.
È conosciuto per lo più per la sua proprietà depurativa, ma c’è molto altro.
Le foglie del Tarassaco, possibilmente della pianta giovane, vengono raccolte e mangiate sotto forma di insalata, da sole o insieme ad altri vegetali. Hanno un sapore tendente all’amaro che ne testimonia le proprietà digestive e benefiche sul fegato.
La sua prima virtù è quella appunto depurativa, soprattutto del fegato e dell’intestino. Questo grazie alla capacità dei suoi principi attivi di “smuovere” le tossine dai tessuti epatici: la pianta esercita un’azione coleretica, cioè stimola la produzione di secrezioni epatiche, aiutando, tra l’altro, anche i processi digestivi.
È un rimedio proprio adatto per la primavera, il momento ideale per eseguire un ciclo di depurazione da tutte quelle tossine accumulate durante l’anno e con i pranzi delle feste.
Favorisce la diuresi e l’eliminazione dei liquidi.

– DAN –

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